La missione dei cristiani nel mondo secondo John Henry Newman

postato in: Temi diversi | 0

Newman LittlemoreP. Hermann Geissler, F.S.O.

Il beato John Henry Newman (1801-1890) è stato profondamente convinto della luce e della forza della fede in Gesù Cristo. Ha riconosciuto gli sviluppi impressionanti del suo secolo, ha apprezzato il progresso nella vita sociale, ha utilizzato i mezzi del mondo. Nel contempo ha invitato i fedeli continuamente a non lasciarsi contaminare dallo spirito del mondo. Ha ribadito che i cristiani sono chiamati a vivere “nel mondo”, ma a non essere “del mondo”, seguendo il Signore Gesù, vero Maestro e Pastore (cfr. Gv 17,14-16). In numerosi discorsi e sermoni Newman ha spiegato ai fedeli la loro specifica missione nel mondo, le tentazioni da superare e gli aiuti spirituali da mettere in pratica. Nelle seguenti riflessioni attingiamo da tre sermoni del tempo anglicano di Newman, che non hanno perso nulla della loro profondità e attualità e possono offrire orientamento e incoraggiamento anche ai cristiani del XXI secolo.

  1. Nel mondo

 

Il 1o novembre 1836 Newman ha tenuto un sermone sul tema “Rendere gloria a Dio nelle attività terrestri”[1]. Egli parte dalla considerazione che la grande maggioranza dei cristiani esercita una professione nel mondo ed è loro dovere “glorificare Dio proprio in tale missione, nell’ambito di essa e per mezzo di essa”[2].

Secondo Newman, nell’adempimento di questa missione si devono evitare due pericoli: da una parte, quello di essere assorbiti dal mondo e di esercitare la propria professione per spirito terreno. Newman ritiene che questo atteggiamento sia purtroppo dominante nelle società moderne: “Dello spirito di ambizione parlo, per usare una parola forte che d’altronde è l’unica ad esprimere appieno il mio pensiero, di quella bassa ambizione che spinge ciascuno a preoccuparsi del successo e dell’ascesa nella vita, ad accumulare denaro, a sopprimere i rivali e a soppiantare i primi arrivati. Ecco un quadro della mentalità cui, più o meno, a seconda dei differenti temperamenti, tutti si ispirano nel loro atteggiamento verso il mondo. Meglio, molto meglio sarebbe allontanarsi totalmente dal mondo piuttosto che legarsi ad esso così, meglio fuggire come Elia nel deserto, che servire a Baal e ad Astarot in Gerusalemme”[3]. A causa di questa mentalità gli uomini diventano spesso schiavi del mondo e adoratori degli dei e soprattutto di “mammona”, del denaro.

D‘altra parte, Newman accenna anche a un’altra tentazione, cioè quella di fuggire dal mondo. Il predicatore di Oxford descrive questo atteggiamento falso con queste parole: “Sapendo di dover essere ciò che la Scrittura chiama ‘l’uomo spirituale’ (1 Cor 2,15), egli si immagina che per diventarlo occorra assolutamente rinunziare ad ogni seria attività terrena, disinteressarsene, disprezzando i naturali e normali piaceri della vita. si fa un dovere di violare gli usi della società assumendo un’aria melanconica e un triste tono di voce; si mantiene silenzioso e assente anche in mezzo agli amici e ai familiari, quasi dicesse a se stesso: Ho occupazioni troppo alte per partecipare a queste effimere, miserabili cose”[4]. Il cristiano, che tende verso Dio e la vita eterna, non deve svalutare la sua responsabilità nel mondo, comportandosi in modo strano verso il prossimo o trascurando persino i suoi doveri terreni.

Il retto atteggiamento dei cristiani consiste nel considerare le proprie occupazioni nel mondo come “via al Paradiso”[5], indirizzando ogni attività e dovere alla gloria di Dio: “Possiamo compiere ogni cosa volentieri, per il Signore e non per gli uomini, essendo attivi e raccolti ad un tempo”[6]. Per corroborare i fedeli in quest’atteggiamento Newman ci offre alcuni aiuti spirituali e consigli concreti.

Cita innanzitutto una parola di san Paolo che è il motto dell’intero sermone: “Sia … che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio” (1 Cor 10,31). Da quest’affermazione Newman deduce che ogni cosa può essere fatta per la gloria di Dio, anche e in particolare ciò che pare piccolo o insignificante. Anzi, per la gloria di Dio il cristiano può accettare e sopportare anche difficoltà e insuccesso: “Volentieri quindi intendo accettare una condizione che, all’insaputa di tutti, mi sarà penosa. Invece di lamentarmi con Dio, mi occuperò con diligenza di ciò che non mi va a genio: rinnegherò me stesso…; non c’è sofferenza che non possa essere sopportata in modo passabile confortati dal pensiero di Dio, dalla sua grazia e da una solida volontà”[7]. Compiendo fedelmente il dovere quotidiano e accettando le sfide che si pongono per la gloria di Dio, il fedele può trovare pace, consolazione e serenità.

Il fedele cercherà poi “di far risplendere davanti agli uomini la propria luce interiore”, dicendo nel proprio cuore: “I miei genitori, i miei educatori o il mio principale non dovranno poter mai dire di me che la religione mi ha rovinato. Mi vedranno al contrario più attivo e solerte di prima, i miei compagni mai avranno occasione di ridere della mia ostentazione: non ostenterò mai nulla, ma compirò, con la benedizione di Dio, il mio dovere in modo virile”[8]. Attraverso un lavoro impegnato, fedele e sincero il cristiano rende testimonianza della luce del Vangelo.

Newman fa anche presente che lo stesso Signore Gesù ha lavorato per molti anni, alcuni apostoli sono stati pescatori prima della loro chiamata, Paolo ha persino continuato la sua professione di costruttore di tende anche dopo la sua conversione. Come è possibile incontrare Cristo nei poveri, nei perseguitati, nei bambini, così il fedele può trovarlo nell’umile lavoro quotidiano e nelle occupazioni professionali di ogni genere: “Si accorgerà allora che si può trovare vera unione col Salvatore anche nella fatica. Come è necessario vederlo nelle occupazioni di ogni genere che egli assegna ai suoi eletti. Il credente si incontrerà con Cristo nell’esercizio della propria vocazione umana. Non sarà per averla trascurata, che potrà godere maggiormente della presenza del Signore: lo sentirà invece vicino a sé nel dovere quotidiano, elevato quasi alla dignità di un sacramento”[9]. Newman descrive il lavoro quotidiano come una realtà quasi sacramentale, perché in esso la persona può incontrare in modo particolare il Cristo Lavoratore.

Inoltre Newman parla dell’umiltà che Gesù ha predicato e vissuto e che spinge i suoi discepoli a compiere i propri doveri con grande disponibilità. Gli esempi di Gesù “devono necessariamente agire sul cristiano; egli si darà con amore al proprio lavoro, senza procrastinare di un attimo, felice di farsi umile per partecipare a quelle condizioni di vita che hanno attirato le più speciali benedizioni di Gesù”[10]. Nel lavoro quotidiano possiamo imitare l’umiltà e l’abbassamento di Gesù in molti modi. L’umiltà è una virtù esigente per noi tutti, ma ci rende felici, amabili e conformi a Cristo.

genoa-1115640_1280
Cerchiamo di compiere il nostro dovere così come si presenta; questo è il segreto della vera fede e della pace. J. H. Newman

La professione terrena è infine anche un mezzo “per tenere lontani i pensieri inutili e vani. Spesso nascono nel cuore cattivi sentimenti, proprio perché l’ozio li favorisce. L’uomo che ogni giorno ha il suo dovere da compiere, e che ora per ora lo esegue, si sottrae ad una moltitudine di tentazioni: esse non hanno il tempo necessario per prendere il sopravvento su di lui”[11]. Un famoso detto citato da Newman afferma: “L’ozio è il padre dei vizi”[12].

Concludendo, Newman sottolinea che occorre sempre compiere le proprie attività terrene con diligenza, sincerità e rettitudine, non per piacere a questo mondo, ma a Dio. Perseverare in un simile atteggiamento rimane una grande sfida per i cristiani. Newman quindi invita i fedeli a pregare perché Dio ci conceda ogni giorno la grazia di fare la sua volontà, di mangiare e di bere, di digiunare e di pregare, di lavorare con le mani e con lo spirito per la gloria di Colui che ci ha creati e redenti con il suo sangue.

Newman vede la responsabilità dei cristiani nel mondo soprattutto nella loro missione di esercitare le proprie attività terrestri per la gloria di Dio.[13] Il Concilio Vaticano II ha trattato ampiamente della missione dei fedeli laici, in particolare nella Costituzione dogmatica Lumen gentium. La loro missione nel mondo – così insegna il Concilio – è particolarmente quella “di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e siano di lode al Creatore e Redentore” (n. 31). Gli spunti di Newman possono aiutarci a vivere queste parole nei doveri e compiti di ogni giorno.

 

  1. Non del mondo

Anche se i cristiani sono chiamati a vivere la loro missione nel mondo, non sono affatto del mondo. In questo contesto Newman spesso mette in guardia contro l’adattamento della fede alla mentalità di questo secolo. In molti sermoni parla della tentazione di un cristianesimo mondano, un pericolo frequentemente tematizzato anche da Papa Francesco. “La mondanità spirituale, che si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa”, così scrive il Santo Padre nell’Esortazione Apostolica Evangelii gaudium, “consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana ed il benessere personale” (n. 93).

Il 26 agosto 1832 – all’età di solo 31 anni – Newman tenne un sermone circa tale problematica, intitolato “La religione del giorno”[14]. Con questo termine intende una religione fatta dagli uomini, assumendo elementi cristiani che sono al momento moderni e piacevoli e respingendo o ignorando altri che appaiono poco utili o in contrasto con il pensiero dominante. Un tale cristianesimo à la carte, che Newman chiama anche “la religione del mondo”, contiene molti aspetti veri, ma non tutta la verità. Il nostro predicatore usa qui un linguaggio molto forte: “sappiamo benissimo dalle più comuni esperienze della vita che una mezza verità è spesso la più grossolana e dannosa delle menzogne”[15]. Nella “religione del mondo”, nella mondanità spirituale si possono vedere, in ultima analisi, le tracce del Maligno che è il “padre della menzogna” (Gv 8,44).

business-people-1572059_1920
Il cristiano sentirà dentro di sé che la vera contemplazione del suo Signore la troverà nei propri impegni di lavoro. J. H. Newman

Secondo Newman, una tale “religione del mondo” è esistita in ogni epoca della Chiesa, anche se ha preso forme diverse nel corso della storia. Nei primi secoli cristiani “il mondo costruì, con l’aiuto dei filosofi del giorno, una contro-religione, in parte simile al cristianesimo, ma in realtà sua acerrima nemica”[16]. Ovviamente con queste parole Newman accenna alla gnosi, che fu una terribile minaccia per il cristianesimo e che rinasce ai nostri giorni sotto la forma del cosiddetto “New Age”. Più tardi, Satana inventò un secondo idolo da opporre al vero Cristo, costruendo una “religione del terrore”: scelse allora “il lato più oscuro del Vangelo, il suo tremendo mistero, la sua terribile gloria, la sua inflessibile giustizia sovrana”, ignorando che “Dio è anche amore”, con la conseguenza che “la nobile fermezza e la benevola austerità dei cristiani autentici rimasero offuscate da fantasmi truci, duri di sguardi e dalla fronte altera”[17].

Dopo questo breve sguardo storico, Newman afferma che nel suo secolo la “religione del giorno” ha assunto una forma diametralmente opposta: “ha scelto del Vangelo il suo lato più sereno: l’annuncio della consolazione, i precetti di reciproco amore. Rimangono così relativamente dimenticati gli aspetti più oscuri e più profondi della condizione e delle prospettive dell’uomo. È la religione naturale in un’epoca civile, e Satana l’ha accortamente ornata e perfezionata fino a farne un idolo della Verità. Via via che la ragione prospera, via via che il gusto si forma e si raffinano gli affetti e i sentimenti, sarà inevitabile che alla superficie della società si diffonda, del tutto indipendentemente dall’influenza della rivelazione, un costume generale di onestà e di benevolenza”[18].

Un secolo più tardi, il teologo protestante Dietrich Bonnhoeffer, morto in un campo di concentramento, metterà in guardia, con simili parole, contro la “grazia a buon prezzo”, che chiama il nemico mortale della Chiesa: “La grazia a buon prezzo è la predica del perdono senza penitenza, è il battesimo senza ascesi della comunità, è la cena senza la confessione dei peccati, è l’assoluzione senza pentimento personale. La grazia a buon prezzo è grazia senza sequela, grazia senza croce, grazia senza Gesù Cristo, Figlio di Dio vivo e incarnato”[19].

Come Newman mostra, in questa nuova “religione del mondo” le virtù naturali sono generalmente apprezzate, i modi sono cortesi, la bellezza e la delicatezza di pensiero sono ritenute attraenti, certi vizi vengono disapprovati. Ma Dio e tutto il mondo del soprannaturale non vengono più ritenuti importanti, il peccato viene banalizzato, la verità relativizzata. In breve: si tratta di una religione fatta dall’uomo che accetta alcuni principi mondani, ma “abbandona un intero lato del Vangelo, cioè il suo carattere austero (Bonnhoeffer parlerà in questo contesto della “grazia cara”), e ritiene basti essere benevoli, cortesi, candidi, corretti nella condotta, delicati, e che non include il vero timor di Dio, nessun vero zelo per il Suo servizio, nessun odio profondo del peccato…, non l’adesione fervida alla verità dottrinale, nessuna speciale sensibilità intorno ai singoli mezzi adatti a raggiungere i fini, purché siano buoni i fini, nessuna lealtà di sudditanza alla Santa Chiesa Apostolica di cui parla il credo, nessun senso dell’autorità della religione se non all’interno della mente: in una parola, una dottrina che non ha serietà, e perciò non è calda né fredda, ma (secondo la parola della Scrittura) è semplicemente tiepida”[20].

Newman ritiene che questa “religione del mondo” sia ormai dominante, perché “non abbiamo agito spinti dall’amore della verità, bensì sotto l’influsso dei tempi”[21]. Non pochi fedeli hanno di fatto equiparato la venuta del regno di Cristo con il progresso della civiltà moderna. “Hanno sacrificato la Verità ai vantaggi”[22]. Questo pensiero piace anche agli spiriti scettici, in quanto promuovono le opere intorno alla teologia naturale e sono del parere che “esse contengono l’esposizione di tutta la religione”[23]. Ignorano che le pratiche religiose sono impossibili alla natura, che tutti gli uomini sono prigionieri del peccato e bisognosi della grazia di Dio per essere salvati, che Gesù ci invita a sforzarci quando parla, ad esempio, della porta stretta e della via angusta (cfr. Mt 7,14). Molti pensano che “non occorre spaventarci, che Dio è un Dio di misericordia, che basta emendarsi per cancellare le trasgressioni…, che il mondo, tutto sommato, è ben disposto verso la religione…, che non è bene eccedere nella serietà, che in tema di natura umana non si debbono avere idee ristrette e che dobbiamo amare tutti gli uomini. Ecco dunque il credo degli uomini che non hanno alcun pensiero profondo”[24].

Newman sa che “la pace dello spirito, la tranquillità della coscienza e la letizia dell’espressione rappresentano un dono del Vangelo e il distintivo del cristiano”, ma aggiunge che “i medesimi effetti possono derivare da cause ben diverse. Giona dormì durante la tempesta, e lo stesso fece Nostro Signore. Ma l’uno riposava in una sicurezza malvagia; l’Altro nella pace di Dio che supera ogni comprensione. Le due condizioni non sono passibili di confusione, sono perfettamente distinte come è diversa la calma dell’uomo di mondo da quella del cristiano”[25]. Oggi molti vivono come Giona che fuggì davanti a Dio, non riconobbe la sua colpa e si accontentò di una pace solo apparente. Una simile quiete e una tale pace, tuttavia, non hanno alcuna durata.

In conclusione, Newman indica quale sia la giusta risposta alla sfida della “religione del mondo”: la sintesi dei diversi lati della fede cristiana, che è fondamentale per ogni approccio veramente cattolico. Decisiva è innanzitutto l’immagine di Dio che deve suscitare nel nostro cuore sia amore sia riverenza: “Il timor di Dio è il principio della sapienza, fino a quando non vedrete Dio come un fuoco consumatore, e non vi avvicinerete a Lui con riverenza e con santo timore, per il motivo di essere peccatori, non potrete dire di essere nemmeno in vista della porta stretta… Il timore e l’amore devono andare insieme; seguitate a temere, seguitate ad amare fino all’ultimo giorno della vostra vita”[26].

Da questa profonda conoscenza di Dio segue il riconoscimento della propria peccaminosità e la fiducia nella misericordia di Dio: “Finché non conoscerete il peso delle vostre colpe, e non semplicemente con la fantasia, ma in pratica, non semplicemente per confessarle con una frase di formale contrizione ma quotidianamente e nel segreto del vostro cuore, non potrete accogliere l’offerta di misericordia che il Vangelo vi porge attraverso la morte di Cristo”[27].

Questi atteggiamenti conducono i fedeli all’abbandono amoroso a Dio e all’impegno serio per il bene: “La vostra conoscenza delle colpe aumenterà con l’aumentare della visione della misericordia di Dio nel Cristo. È questa la vera condizione cristiana e la massima somiglianza alla calma del Cristo e al suo placido sonno durante la tempesta cui sia possibile giungere; non saranno la perfetta gioia e la perfetta certezza che appartengono al cielo, ma una profonda rassegnazione alla volontà di Dio, un abbandono di noi stessi, corpo e anima, a Lui; senza dubbio nella speranza di essere salvi, ma fissando gli occhi più su Lui che su noi stessi, vale a dire, agendo per la Sua gloria, cercando di compiacerlo, dedicandoci a Lui con virile ubbidienza e intensità di buone opere”[28].

Il monito di Newman circa la “religione del mondo”, che adatta il Vangelo allo spirito del tempo e si esprime in un cristianesimo tiepido, superficiale e puramente orizzontale, ha tuttora un’attualità tremenda.[29] Non a caso Benedetto XVI, nel suo famoso discorso del 25 settembre 2011 nel Konzerthaus di Freiburg, ha invitato la Chiesa a un distacco dal mondo. Papa Francesco continua questo programma con decisione. “Quando camminiamo senza la Croce”, il Santo Padre ha ribadito nell’omelia durante la sua prima Messa con i Cardinali dopo l’elezione alla cattedra di Pietro, “quando edifichiamo senza la Croce e quando confessiamo un Cristo senza Croce, non siamo discepoli del Signore: siamo mondani, siamo Vescovi, Preti, Cardinali, Papi, ma non discepoli del Signore”.

 

  1. Nella sequela di Cristo
Croce Cappella Littlemore
Croce nella cappella di Littlemore Oxford

In un sermone tenuto il 5 febbraio 1843, dal titolo “Il cristiano apostolico”[30], Newman si interroga su come i primi cristiani abbiano vissuto la loro specifica missione nel mondo. Pur nella consapevolezza che i fedeli di oggi non possono semplicemente imitare i primi cristiani, il predicatore invita gli ascoltatori a volgere lo sguardo verso l’immagine dei cristiani biblici, con lo scopo di lasciarsi ispirare dal loro esempio. Cita una grande quantità di passi biblici e mette in evidenza tre caratteristiche che, secondo lui, distinguono i discepoli del Signore Gesù.

La prima di queste caratteristiche è l’orientamento verso il cielo: “Il cristiano vive nel mondo ma non gli appartiene, perché, secondo san Paolo, ‘la nostra patria è nei cieli’ (Fil 3,20): chi fa professione di cristianesimo è cittadino di un altro mondo, quello soprannaturale. Cosa significhi essere cittadini di questo mondo, lo sappiamo: vuol dire avere interessi, diritti, privilegi, doveri e relazioni in una determinata città o in un determinato Stato, farne parte insomma. Ora, è proprio un complesso del genere che lega il cristiano al cielo; il cielo, non la terra è la sua patria”[31]. Per i cristiani, poi, il cielo ha un nome e un volto: quello cioè di Gesù Cristo. Newman può quindi affermare che “la definizione più profonda che possa venir data del cristiano” è questa: “Il cristiano è colui che attende il Cristo; che non attende vantaggi, distinzioni, poteri, piaceri o consolazioni, ma unicamente nostro Signor Gesù Cristo, il Salvatore”[32].

Da questo sguardo verso il Signore Gesù si possono dedurre alcuni atteggiamenti che sono tipici dei cristiani del tempo apostolico. Tra questi, Newman mette in luce soprattutto la vigilanza, menzionata dal Vangelo in molti passi, e la disponibilità alla preghiera continua: “Cristo abitava nei loro cuori e tutto quanto dai loro cuori usciva, pensieri, parole e azioni, non poteva non portare l’impronta di Lui”[33]. La religione cristiana, secondo Newman, “incomincia con la conversione da un ideale terreno ad un ideale soprannaturale”[34].

Questo orientamento interiore dei cristiani verso il cielo comporta poi una seconda caratteristica: il distacco dalle cose di questo mondo. Secondo la testimonianza del Nuovo Testamento, i primi cristiani erano convinti “che nulla  vale la vita terrena di fronte all’assoluto valore di quella che ci attende”[35]. Molti di loro lasciavano quindi i loro parenti e amici, rinunciavano ai loro beni, offrivano al Signore i loro desideri più cari ed erano disposti ad essere insultati, calunniati e perseguitati a causa di Gesù. I primi cristiani confessavano di portare l’amore alla verità nei loro cuori e condividevano volentieri la sorte del Signore, bevendo il suo calice e accettando il suo battesimo.

Da queste due caratteristiche segue, secondo Newman, un terzo elemento distintivo per i primi cristiani: “dovevano rallegrarsi di essere considerati veri cristiani”[36]. Newman descrive la vera gioia cristiana con parole commoventi: “Non solo la purezza del cuore, non solo la rettitudine dell’agire, ma anche la letizia del volto doveva regnarvi. Parlo della gioia in tutte le sue manifestazioni, perché, quando essa è sincera, porta con sé numerosi doni di grazia. La gioia, se scaturisce dalla fede, la gioia perfetta nata dalle tribolazioni e dalla persecuzione, rende pacifici e sereni gli uomini, li rende riconoscenti, gentili, affezionati, pieni di dolcezza, di bontà e di speranza; è cortese, delicata, toccante e avvincente. Ecco la gioia che caratterizzava i cristiani dei tempi neotestamentari, gli uomini che avevano ottenuto quanto desideravano. Coloro i quali avevano visto il Cristo, che lo avevano amato, che avevano creduto in Lui e in Lui si erano rallegrati, avevano anche scelto di sacrificare il mondo con tutti i suoi beni per amore del Maestro”[37]. Questa gioia ha riempito il cuore dei cristiani del tempo apostolico, anche e soprattutto nelle persecuzioni e nelle sofferenze subite per la fede nel Signore Gesù, come dimostrano tante pagine del Nuovo Testamento.[38]

Newman chiede ai fedeli di meditare questa immagine del cristiano apostolico, di non chiudere gli occhi davanti alla sfida che rappresenta, di non avere paura di lasciarsi entusiasmare e incoraggiare. Dato che i tempi cambiano e la sequela del Signore può assumere forme assai diversificate, questa immagine dei cristiani deve essere tradotta e aggiornata continuamente, ma rimane un modello valido per i fedeli di tutti i tempi.

Si tratta, in ultima analisi, di comprendere nel profondo del cuore che ogni vero cristiano, accogliendo con gratitudine i propri talenti, doni e grazie, è semplicemente un conoscitore e imitatore di Cristo. Essere cristiani significa, prima di tutto, conoscere Cristo personalmente e vivere con Lui nella grande Famiglia della Chiesa. Benedetto XVI ha riassunto questa chiamata fondamentale dei cristiani con una frase divenuta famosa: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (n. 1).

Conclusione

Nei sermoni trattati Newman ci presenta una specie di “carta d’identità cristiana”, mettendo in evidenza soprattutto tre caratteristiche: innanzitutto, i veri cristiani vivono nel mondo glorificando Dio nella loro professione, nel loro lavoro, in tutti i loro impegni. Sono, poi, non del mondo e non adattano il loro pensare, volere e credere alla mentalità di questo secolo. Il loro cuore, infine, è radicato in Cristo che li invita, secondo la vocazione di ciascuno, a distaccarsi dallo spirito del tempo e a trovare nella sua vicinanza già ora la vera gioia. “Rallegratevi nel Signore, sempre”, scrive san Paolo ai Filippesi, “ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino!” (Fil 4,4s.).

[1] Il testo inglese originale del sermone, “Doing Glory to God in Pursuits of the World”, è stato pubblicato nel volume: John Henry Newman, Parochial and Plain Sermons, vol. VIII, Westminster 1968, pp. 154-171. Alcune parti del sermone sono tradotte in italiano e pubblicate nel libro: John Henry Newman, Maturità cristiana, Milano 1956, pp. 95-103. Le seguenti citazioni sono prese da questa traduzione.

[2] Ibid., p. 97.

[3] Ibid., p. 98.

[4] Ibid., pp. 96s.

[5] Ibid., p. 95.

[6] Ibid., p. 99.

[7] Ibid., p. 99.

[8] Ibid., p. 100.

[9] Ibid., p. 101.

[10] Ibid., p. 102.

[11] Ibid.

[12] Ibid.

[13] Newman evidenzia giustamente la dimensione fondamentale della glorificazione di Dio attraverso le occupazioni terrene dell’uomo. In una prospettiva integrale sarebbe necessario prendere in considerazione anche altri aspetti del lavoro, ad esempio il suo valore per la retta autorealizzazione della persona umana, il suo significato sociale, ecc.

[14] Il testo inglese originale del sermone, “The Religion of the Day”, è apparso nel volume: John Henry Newman, Parochial and Plain Sermons, vol. I, Westminster 1966, pp. 309-324. L’intero sermone è stato tradotto in italiano e pubblicato nel libro: John Henry Newman, La mente e il cuore di un grande, Modena 1961, pp. 212-232. Seguiamo questa traduzione.

 

[15] Ibid., p. 213.

[16] Ibid., p. 214.

[17] Ibid.

[18] Ibid., p. 215

[19] Il testo originale è preso dal libro di Dietrich Bonnhoffer, Nachfolge, Kapitel 1: “Die teure Gnade”.

[20] John Henry Newman, La mente e il cuore di un grande, pp. 218s.

[21] Ibid., p. 219.

[22] Ibid., p. 222.

[23] Ibid., p. 223.

[24] Ibid., pp. 225s.

[25] Ibid., p. 228.

[26] Ibid., p. 230.

[27] Ibid.

[28] Ibid., p. 232.

[29] Oggi la Chiesa è per molti soltanto una ONG che deve impegnarsi per la giustizia, la pace e la protezione dell’ambiente oppure, in termini più generali, per la promozione dei valori umanistici e sociali. Naturalmente la Chiesa compie anche questa missione, ma è chiamata in primo luogo a essere “un popolo che deriva la sua unità dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (Lumen gentium, n. 4) e il “sacramento universale della salvezza” (Lumen gentium, n. 48).

[30] Il testo inglese originale del sermone, “The Apostolic Christian”, è stato pubblicato nel volume: John Henry Newman, Sermons Preached on Various Occasions, Westminster 1968, pp. 275-292. La maggior parte del sermone è stato tradotta in italiano e pubblicata nel libro: John Henry Newman, Maturità cristiana, Milano 1956, pp.223-229. Le citazioni di Newman sono prese da questa traduzione.

[31] Ibid., 224.

[32] Ibid.

[33] Ibid., p. 226.

[34] Ibid.

[35] Ibid.

[36] Ibid., p. 227.

[37] Ibid., p. 228.

[38] Newman presenta la vita dei primi cristiani in un’ottica un po‘ idealizzante. Ma le sue affermazioni fondamentali, tutte tratte dalla Sacra Scrittura, valgono anche nel tempo della ricerca storico-critica.